Ex Ilva, Salis ai lavoratori: «Voglio sapere qual è il piano B. Genova non può permettersi 1.200 persone senza lavoro» – VIDEO

Al presidio di via Cornigliano la sindaca incalza il governo: «Veniamo tirati per la giacca da mesi, ora servono risposte chiare sul futuro dello stabilimento»

Il discorso della sindaca Silvia Salis al presidio dei lavoratori ex Ilva in via Cornigliano


L’ultima notizia è che il ministro ha chiesto un incontro a tutti i sindaci con i presidenti di Regione, incontri singoli. Questa settimana dovremo trovare un giorno per andare di nuovo io e il presidente di Regione a parlare con il ministro, sperando che ci siano delle novità. In realtà quello che noi abbiamo fatto è stato un incontro in cui non ci sono state date risposte: il piano che è stato presentato è un piano transitorio che non vi dà certezze, che non dà certezze a questa città, che chiude una linea e posiziona tutti i lavoratori su un’altra in modo del tutto insufficiente. Non sono risposte che a noi vanno bene.
Lo dico come sindaca: qui non è solo una questione di Genova contro una parte del governo, è una questione di sviluppo di questa città, di sostenibilità sociale e di che cosa il governo intende fare per l’ex Ilva. Io ho fatto una domanda molto chiara: se non arrivano investitori, se non c’è un piano di investimento, se non c’è un futuro e nessuno, anche dividendo il polo del Nord, è disposto a investire su Genova, lo Stato cosa fa? Interviene oppure no? Questa è l’unica domanda che da sindaca mi interessa: se non ci sono investitori, cosa facciamo? Chiudiamo?
Questa è la domanda che dobbiamo porre. Gliel’ho fatta, ho decine di testimoni, l’ho ripetuta tre volte e non ho avuto una risposta certa. Io voglio sapere, per voi, per questa città, per lo sviluppo di Genova, per il lavoro e per l’acciaio in Italia, solo se lo Stato ha un’idea su cosa fare con Taranto e con tutto il polo del Nord. Se ha un’idea ce lo deve dire. Se l’idea è buttare la palla sempre avanti, prima di un mese, poi di due mesi, poi a febbraio, aspettando un investitore, allora è chiaro che non siamo di fronte a una strategia.
Ci viene detto che si spera, che sarebbe bello se a febbraio ci fosse un investitore, che si è convinti che arriverà. Ma guardate che quando a settembre sono venuti a chiedermi una risposta sul forno elettrico nel giro di due ore, perché sembrava dovessimo cominciare a costruirlo il giorno dopo, anche allora sembrava che ci fossero più investitori pronti a fare un’offerta. Non c’erano. Io rimango ottimista e possibilista, e da sindaca voglio che questa vicenda si risolva, ma voglio anche sapere qual è il piano B.
Continuerò a incontrare il ministro e a chiedergli: bene, aspettiamo febbraio e vediamo quali sono gli investimenti, ma se non ci sono cosa facciamo? Ci serve una risposta. Stiamo parlando di migliaia di famiglie e di una linea di produzione strategica per il futuro del Paese, uno degli ultimi pezzi di industria che abbiamo.
Se la strada è una statalizzazione parziale che mantenga attrattivo questo polo industriale per poi riportarlo ai privati, bene, anche quella è una strategia: ditecelo, diteci qual è la strategia. Perché sono mesi che veniamo tirati per la giacchetta, soprattutto noi sindaci, chiamati a dare risposte quando un piano non c’è. Io posso dire “sì”, ma a quale piano, se il piano non esiste?
Torneremo a Roma, incontreremo di nuovo il ministro, farò la stessa domanda e continuerò a farla. È stato detto che è un problema avere un’amministrazione di un colore, una Regione di un altro e un governo di un altro. Io penso invece che il fatto che io vada a parlare con il ministro e gli dica, con il dovuto rispetto istituzionale: “La linea che state portando avanti non mi convince, non convince la mia città, non convince lo sviluppo di Genova”, sia una garanzia, non un problema. Difenderò i lavoratori fino in fondo.
Non vi preoccupate: ogni volta che mi siederò con il ministro, continuerò a chiedere risposte definitive. La strada A è questa? Bene, siamo contenti, gli investitori arrivano? Benissimo. Ma io voglio sapere quale sia la strada B. Verrò cento volte a Roma, ma mi dovete dire qual è l’alternativa, cosa fa lo Stato se non ci sono investitori.
Non possiamo limitarci a dire che le aree sono molto appetibili: lo sono, al netto della produzione industriale, e ciò che resta verrà destinato ad altro. Io però voglio sapere cosa succede alla produzione industriale, perché questa città non può permettersi 1.200 persone senza lavoro, con tutto ciò che ne consegue. Qui si parla del futuro di Genova, del vostro futuro, delle vostre famiglie. Non faremo sconti a nessuno: potete avere la più grande rassicurazione da parte mia, questa amministrazione è al vostro fianco e come sindaca farò qualsiasi cosa per ottenere delle risposte».
Commentando l’incontro al ministero, Salis aveva spiegato che la delegazione genovese si aspettava non solo impegni limitati a pochi mesi, ma una strategia complessiva: un progetto chiaro su come tenere insieme tutti gli stabilimenti, programmare gli investimenti e definire con trasparenza il ruolo degli eventuali nuovi soci. A suo giudizio, ciò che inquieta maggiormente lavoratrici e lavoratori è proprio l’assenza di una presa di posizione netta da parte dello Stato: in caso di gara deserta o di assenza di proposte concrete, non è stata prospettata in modo chiaro nemmeno l’ipotesi di una temporanea statalizzazione che garantisca continuità produttiva e apra la strada a nuovi soggetti industriali.
Secondo la sindaca, questa mancanza di garanzie ha alimentato timori profondi e non ha portato alcuna buona notizia: la proposta di assicurare alcuni mesi di attività, chiudendo però una linea a Genova e concentrando il personale sull’altra, viene percepita come una soluzione solo apparente, già giudicata insufficiente dagli stessi lavoratori. Per questo Salis si è detta molto preoccupata, sia per le ricadute occupazionali sia per quelle sociali e di ordine pubblico sulla città.
La prima cittadina ha ricordato che, se formalmente la responsabilità dell’ordine pubblico è in capo al governo, la gestione concreta dei disagi e delle tensioni sul territorio ricade sul Comune. Proprio per questo, ha raccontato di aver segnalato al ministro il rischio che Genova si ritrovi con scioperi pienamente legittimi ma anche con pesanti conseguenze sulla vita quotidiana, sentendosi ribadire che la gestione della città resta comunque competenza del sindaco.
Salis ha assicurato che il Comune continuerà a fare la sua parte, ma ha ribadito che l’attuale situazione è frutto, a suo avviso, di una totale assenza di piani e di visione sulla vicenda ex Ilva. Alle richieste del territorio genovese e del polo industriale cittadino, ha sottolineato, non sono state date risposte all’altezza.
Quanto alle tempistiche della vendita, inizialmente annunciate per settembre e ora spostate più volte fino a febbraio, la sindaca ha avvertito che limitarsi a rinviare ogni due mesi, coprendo nel frattempo la produzione con misure tampone, rischia di non produrre alcun cambiamento strutturale. L’obiettivo condiviso, ha concluso, resta quello di individuare un acquirente credibile e un piano industriale solido, ma parallelamente è indispensabile che il governo chiarisca quale sarà il percorso alternativo se l’investitore non dovesse arrivare.Ragionamento esteso
Video e foto di Marco Pelizza


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